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Castelnuovo del Garda · Festival dei Risotti · 12 settembre 2026

La gara che quasi si dimenticò di essere una gara

Quattro gruppi, quattro risotti, duecento persone e un pomeriggio in cui vincere contava. Ma stare insieme, forse, contava un po’ di più.

Duecento persone, quattro risotti e una serata cominciata molte ore prima.

Sono più o meno le tre del pomeriggio quando comincia tutto.

La cena è alle sette e mezza. Il primo risotto uscirà più tardi. Un risotto, alla fine, cuoce in una ventina di minuti. Ma prima di quei venti minuti ci sono ore.

C’è il brodo da mettere sul fuoco. C’è chi taglia lo scalogno, chi prepara gli ingredienti, chi controlla le pentole, chi sistema i tavoli e chi cerca qualcosa che era sicuro di avere portato.

E naturalmente qualcosa manca. Un mestolo grande. «Ce l’avete voi?» È due postazioni più avanti. Si va a prenderlo. Poi serve una pentola. Stessa storia. La prendi, la usi, la riporti.

E dopo un po’ smetti quasi di capire dove finisca una squadra e cominci quella accanto.

Cinque ore per venti minuti

È la sesta edizione del Festival dei Risotti di Castelnuovo del Garda. In gara ci sono il Gruppo Alpini Castelnuovo, il Gruppo Fanti Castelnuovo, il Circolo NOI e i Piassarotti.

Quattro gruppi. Quattro risotti. Una gara vera. Almeno sulla carta.

Prima di cominciare c’è il briefing. Gli orari sono precisi. A quell’ora devi partire. A quell’altra devi essere pronto. Bisogna calcolare i tempi, pensare al servizio, ricordarsi che duecento persone aspettano.

Per qualche minuto sembra una faccenda tremendamente seria.

«Non preoccuparti, il tempo lo tengo io.»

E cambia tutto. La tensione non sparisce, perché il risotto bisogna comunque farlo bene. Ma diventa un’altra cosa. Un incalzare gioioso.

La gara comincia molto prima che il riso entri nei pentoloni.
Prima del servizio

Uno finisce quello che deve fare e va a vedere cosa succede dall’altra parte. Qualcuno mescola. Qualcuno assaggia. Qualcuno passa soltanto per dire una stupidaggine e dieci minuti dopo è ancora lì a parlare.

Se una squadra ha bisogno di qualcosa, chiede. Se l’altra ce l’ha, gliela dà. Semplice.

Poi comincia a uscire il resto. Una bottiglia di vino. Poi un’altra. Pane. Salame già tagliato, appoggiato su un vassoio. Il vassoio comincia a girare e dopo un po’ non sai nemmeno più da quale tavolo sia partito.

Da un’altra postazione arrivano bruschette e salse. Dai Piassarotti si preparano anche i cocktail. C’è un Americano e ce ne sono altri. Poi arrivano gli arrosticini. Di carne. Anche di pesce. Da qualche parte salta fuori perfino mezza bottiglia di birra.

Nessuno presenta niente. Nessuno dice: «Questo è nostro». C’è. Si passa. Si mangia. Si beve.

Tutto usciva dal cuore.

Un goto de vin

Un bicchiere, due parole, poi di nuovo alla pentola.

Non siamo a una degustazione con il calice perfetto e qualcuno che ti spiega cosa devi sentire. Qui va benissimo anche il bicchiere di plastica.

È un goto de vin. Uno. Poi magari un altro. Una parola. Una risata. E di nuovo verso la pentola.

Per chi vive queste associazioni sarà persino normale. Per chi arriva da fuori, un po’ meno. Perché sono quattro gruppi che dovrebbero battere gli altri tre. E invece si prestano gli attrezzi, si danno una mano, si prendono in giro, bevono insieme. C’è perfino chi compra la maglietta della squadra avversaria.

Un goto de vin, due parole e poi di nuovo al lavoro.

Poi entra il riso

A un certo punto, però, bisogna cucinare davvero. Il ritmo cambia. Le chiacchiere continuano, ma le mani fanno altro. Il brodo è pronto. Le pentole sono calde. Il riso entra.

E dopo ore di preparazione arrivano finalmente quei famosi venti minuti.

Quattro risotti, quattro strade diverse dentro la stessa serata.

Limone del Garda, Grana e pancetta croccante.

Ruspante d’Oriente con pollo, salsa teriaki, crema di zucca e cipolla croccante.

Zafferano e mazzancolle al Custoza.

Crema di burrata, basilico e melanzane fritte.

Duecento persone

I posti sono duecento. Cinquanta per ogni gruppo. Amici. Famiglie. Persone delle associazioni. Gente del paese. Persone che hanno comprato il proprio posto attraverso qualcuno che conoscono. Alla fine ci si conosce quasi tutti.

Quando il servizio è terminato, nessuno resta chiuso nella propria postazione. Si gira tra i tavoli. Si ascolta un commento. Si salutano amici. Si parla con chi ha mangiato. Si va a vedere cosa hanno fatto gli altri.

E la gara, ancora una volta, si mescola con tutto il resto.

Castelnuovo, in fondo, è anche questo. Un paese con tante associazioni e tanta gente che ha ancora voglia di fare cose insieme. Si chiude una festa e poco dopo ne comincia un’altra. Dopo il Festival dei Risotti, pochi giorni più tardi, il paese è già pronto per la Festa dell’Uva.

Tavoli da montare. Cose da preparare. Persone da chiamare. Tempo regalato.

Non serve chiamarla “comunità” ogni tre righe. Basta guardarla.

La premiazione

Poi chiamano al microfono.

Le squadre vengono chiamate davanti. Qualcuno starebbe volentieri un passo indietro. Ma gli altri lo spingono avanti. Bisogna esserci tutti. Si aspetta lo spoglio. Si scherza. Si parla. Si guarda cosa succede.

I rappresentanti dei quattro gruppi durante la premiazione finale.

Tutte le squadre ricevono un riconoscimento: un tagliere con degli utensili. Poi arrivano i due risultati principali.

La giuria popolare sceglie i Piassarotti. Il premio è difficile da non vedere: un grande cucchiaio di legno, lavorato, fatto proprio per quei pentoloni nei quali il riso va mosso, girato, menato.

La giuria tecnica premia invece il Circolo NOI. Per loro la storia continuerà anche nella gara di risotti di Cavaion dell’anno successivo.

Il grande cucchiaio ai Piassarotti, la targa al Circolo NOI e l’esultanza finale.

Ma il momento più bello forse non è scritto su nessuna targa. È quello che non succede.

Niente musi lunghi. Niente facce da «dovevo vincere io». Niente gelo tra le squadre.

Hai vinto tu? Bravo.

Applausi. Foto. Battute. Si continua. Voler vincere è normale. Essere contenti quando vince qualcun altro è un po’ meno scontato.

Il telefono rimasto in tasca

Durante il pomeriggio è successa anche un’altra cosa. Le fotografie, a un certo punto, sono diventate poche. Non perché non ci fosse nulla da fotografare. Il contrario. C’era troppo da vivere.

Una pentola. Un mestolo da riportare. Un goto de vin. Una persona che passa. Una battuta. Qualcuno che ha bisogno di una mano.

E il telefonino resta in tasca.

Le fotografie poi sono arrivate dagli altri. Ed è quasi meglio così. Perché anche quelle immagini fanno parte della stessa giornata: non il lavoro di uno solo, ma tanti sguardi messi insieme.

Quello che resta

Alla fine Castelnuovo non ha inventato nulla. Ed è proprio questo il bello.

Ha messo in fila cose molto semplici. Quattro gruppi. Pentole grandi. Duecento persone. Volontariato. Amicizie. Un po’ di vino. Molto riso. La voglia di vincere. E la capacità di applaudire chi ha vinto.

Terre Narranti cerca anche questo. Non necessariamente le cose eccezionali. A volte basta accorgersi delle cose che, per chi le vive tutti i giorni, sembrano normali. E che normali non sono affatto.

Sono belle.
E basta.

Nell’Armadio

L’articolo racconta. L’Armadio conserva.

Le fotografie che non entrano nella pagina trovano posto nel cassetto Fotografie. Tra gli Oggetti e carte resterà invece anche una bottiglia di Pietramara, donata dai Fanti a Terre Narranti: non un trofeo, ma un piccolo oggetto che conserva il ricordo di una relazione nata attorno a quei pentoloni.