
San Martino, una piazza e tante cucine
Dai bigoli con le sarde alle trippe, dal risotto al tastasal alle castagne: alla scoperta dei sapori della festa di Peschiera.
Leggi la storia →Nella campagna mantovana «Fà San Martìn» voleva dire cambiare casa, e qualche volta lavoro e vita. Un viaggio tra parole, memoria e persone, verso la festa di Peschiera.

Wendy mi ha chiesto di andare alla festa di San Martino, a Peschiera.
Le ho detto di sì.
Ma quelle due parole, San Martino, continuano a riportarmi nella campagna mantovana dove sono cresciuto.
Perché dalle mie parti si diceva anche «Fà San Martìn». E non significava andare a una festa. Significava traslocare. Non sempre per scelta.
Un tempo, in tante campagne della Pianura Padana, l’11 novembre segnava la conclusione dell’annata agraria e la scadenza di molti contratti legati alla terra.
Per alcune famiglie era il momento di rinnovare un accordo. Per altre, quello di lasciare il podere.
E quando il lavoro era legato alla casa, perdere l’uno poteva significare perdere anche l’altra.
Si caricavano le proprie cose su un carro e si partiva.
Non immaginate grandi distanze. A volte bastava spostarsi da una cascina all’altra, da un paese a quello vicino. Ma cambiava tutto.
Il cortile, i vicini, la terra da lavorare, la stalla, la strada che i bambini conoscevano.
Pensate a una famiglia che aveva vissuto per anni nello stesso posto, pur senza esserne proprietaria.
Quella casa era diventata sua nei gesti quotidiani, anche se non lo era sulla carta. Eppure bisognava lasciarla.
Si faceva San Martino.
Mi vengono in mente i carri agricoli, i mobili, i materassi, le pentole, gli attrezzi.

Le poche cose di una famiglia caricate con attenzione, perché dovevano arrivare intere dall’altra parte.
Non è un trasloco al quale abbia assistito personalmente. È l’immagine che restituiscono le testimonianze di quel mondo contadino, un mondo del quale ho conosciuto ancora tante tracce.
E mi domando che cosa significasse, soprattutto per i bambini, lasciare un cortile nel quale erano cresciuti.
Magari la nuova casa distava soltanto qualche chilometro. Ma per loro poteva essere lontanissima.
È una delle cose che mi colpiscono quando cerco le storie della campagna: spesso parliamo della terra, dei raccolti, degli animali, dimenticando che tutto questo era anche la vita delle persone.
Le persone. Prima di tutto.
Oggi ci piace ritrovare le cascine, le tavole di una volta, il vino nuovo e il profumo delle castagne. Piacciono anche a me.

Ma non possiamo raccontare quel mondo ricordandone soltanto le cose belle.
Il lavoro agricolo poteva essere duro. Non tutte le famiglie possedevano la terra che coltivavano. E la fine di un contratto poteva mettere in discussione molto più di uno stipendio.
Ecco perché mi interessa quell’espressione in dialetto. «Fà San Martìn» conserva una storia che rischiamo di perdere.
Nello stesso periodo in cui qualcuno festeggiava la fine dei raccolti e assaggiava il vino nuovo, qualcun altro preparava le proprie cose per partire.
La festa e la preoccupazione potevano appartenere alla stessa giornata.
Non c’è bisogno di rendere romantica questa storia. Basta ascoltarla.
Certe espressioni attraversano le generazioni anche quando il mondo che le ha fatte nascere non esiste più nello stesso modo.

Magari abbiamo sentito dire fare San Martino dai nonni, dai genitori, da qualcuno incontrato in paese. E magari non ci siamo mai fermati a domandare perché.
È proprio da domande così che mi piace partire.
Per Terre Narranti non basta raccontare un prodotto della terra o una ricetta della tradizione.
Voglio sapere chi c’era prima. Chi lavorava, chi partiva, chi restava. Quali parole usavano quelle persone per raccontare la propria vita.
E se qualcuno conserva un ricordo di famiglia legato a «Fà San Martìn», mi piacerebbe ascoltarlo.
Perché un documento ci aiuta a conoscere una data. Una persona, qualche volta, riesce a raccontarci che cosa quella data significava davvero.
A questo punto Wendy potrebbe guardarmi e chiedermi: «Massimo, ma non dovevamo andare a una festa?»
Certo che ci andiamo. Soltanto che siamo partiti da due parole e abbiamo incontrato un pezzo della nostra storia.
Adesso voglio seguire un’altra traccia.
Chi era Martino? Perché si racconta che abbia diviso il proprio mantello con un uomo infreddolito? E come sono nate le tradizioni che ancora oggi accompagnano la sua festa?
Poi torneremo a Peschiera, alle sue strade, ai suoi canali e ai Voltoni.
Ci arriveremo, Wendy. Promesso.
Ma prima voglio continuare a cercare. Perché dietro una festa ci sono spesso storie che meritano di essere ascoltate.
E questa, per me, comincia proprio così. «Fà San Martìn».
Massimo