A tavola con un pilone

Quelli che accendono il fuoco — Volontari, cucine e il terzo tempo

Quando l’arbitro fischia la fine, per qualcuno il lavoro continua: tavoli, pentole, pulizie, accoglienza. Il terzo tempo esiste perché c’è chi lo rende possibile.

01.08.2026 · versione 1
Quelli che accendono il fuoco — Volontari, cucine e il terzo tempo

Quando l’arbitro fischia la fine, qualcuno ha già acceso un altro fuoco. Non quello della partita. Quello sotto una pentola.

Magari è arrivato al campo prima dei giocatori. Ha aperto una porta, spostato tavoli, controllato gli spogliatoi, portato cassette, preparato bicchieri. Quando gli altri saranno già in macchina, probabilmente avrà ancora qualcosa da lavare, chiudere o rimettere a posto.

Questa persona non finirà nel tabellino. Eppure senza di lei una parte del rugby semplicemente non esisterebbe.

Il club che non si vede

Una partita di base dura ottanta minuti. Il lavoro che la rende possibile dura molto di più. Campo, maglie, documenti, trasporti, acqua, pulizie, comunicazioni, accoglienza della squadra ospite. Nelle società piccole i ruoli si mescolano continuamente.

Un genitore accompagna i ragazzi e poi serve a tavola. Un ex giocatore traccia il campo. Un dirigente passa dal computer al grembiule. Qualcuno porta una torta. Qualcuno sa dove sono le chiavi che nessuno trova mai.

È volontariato, ma chiamarlo soltanto così rischia di renderlo astratto. Sono ore di vita donate a un luogo e a persone che, spesso, non appartengono nemmeno alla propria famiglia.

Il terzo tempo non è folklore

Prima ci si placca. Poi ci si siede allo stesso tavolo.

Il terzo tempo viene spesso raccontato come la parte simpatica del rugby. Per noi è molto di più. È il momento in cui l’avversario smette di essere soltanto una maglia diversa. È il passaggio in cui la partita torna dentro una relazione umana.

Non serve idealizzarlo. Anche il terzo tempo può diventare abitudine, rito svuotato o semplice servizio. Ma quando funziona conserva una cosa preziosa: ricorda che l’altro era necessario. Senza di lui non ci sarebbe stata partita.

Chi apparecchia appartiene alla squadra?

Questa è una delle domande che vogliamo portare nel viaggio. Quanto vale, dentro un club, chi non gioca? Quanto spazio hanno le persone che cucinano, organizzano, puliscono, accompagnano, raccolgono fondi, preparano feste e tengono insieme una clubhouse?

Molte società vivono grazie a poche persone che fanno moltissimo. È una forza e insieme una fragilità. Se nessuno impara il loro lavoro, quando si fermano loro si ferma un pezzo di club.

Il tavolo come archivio

In A tavola con un pilone il tavolo entra nel titolo per questo. Non perché vogliamo trasformare il rugby in gastronomia, ma perché a tavola le gerarchie cambiano. Un ragazzo parla con chi giocava trent’anni prima. Un genitore conosce l’allenatore fuori dal campo. Una ricetta ripetuta per anni diventa memoria senza bisogno di dichiararlo.

Il terzo tempo è anche un archivio. Non fatto di documenti, ma di voci, piatti, battute, fotografie appese e persone che sanno chi c’era prima.

L’ultimo a spegnere la luce

Il rugby ama parlare di sostegno. In campo è una parola tecnica. Fuori può diventare molto concreta.

Quando tutti hanno mangiato restano i piatti. Quasi sempre qualcuno li raccoglie senza essere chiamato. Se vogliamo capire il rugby fuori dalla retorica, conviene guardare proprio lì: non soltanto chi ha segnato la meta, ma chi alla fine della giornata controlla che sia tutto a posto e spegne la luce.