Ariela Marini, cento bulbi e una terra che sa sorprendere

Da Bruno ed Emilia ad Ariela: la famiglia Marini, lo zafferano di Padenghe e cento bulbi che raccontano il valore di fare il passo secondo la gamba.

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Massimo Manfredi · · versione 6
Ariela Marini, cento bulbi e una terra che sa sorprendere

Se dopo aver assistito all’Incendio dei Voltoni, a Peschiera del Garda, vi rimane la voglia di scoprire qualcosa di questa terra, ho un suggerimento da darvi.

Fate un giro verso Padenghe sul Garda.

Non vi mando a cercare un monumento, e nemmeno uno di quei panorami che, da queste parti, sarebbe fin troppo facile consigliarvi.

Vi suggerisco di andare a conoscere una persona.

Si chiama Ariela Marini e, insieme alla sua famiglia, porta avanti Marini Vivai, una realtà che ha radici lontane e una storia particolare da raccontare.

Una visita, naturalmente, da concordare prima con l’azienda. Perché chi lavora con la terra non sempre può interrompere quello che sta facendo per ricevere qualcuno.

E sapete perché mi piacerebbe farvela conoscere?

Perché la sua storia passa anche attraverso una cosa piccolissima.

Cento bulbi di zafferano.

E un modo di ragionare che mi ricorda tanto quello dei nostri genitori e dei nostri nonni: fare il passo secondo la gamba.

Ma andiamo con ordine.

Ci sono cose che diamo per scontate.

Entriamo in cucina, apriamo un piccolo vasetto, prendiamo qualche filo di zafferano e, magari senza pensarci troppo, lo lasciamo cadere nell’acqua tiepida.

Aspettiamo che faccia il suo lavoro, che sprigioni quel colore, quel profumo, quel sapore che conosciamo e che qualche volta utilizziamo senza nemmeno chiederci da dove arrivi.

Eppure, dietro quei pochi fili rossi, può esserci una storia molto più grande del vasetto che li contiene.

Una storia di persone, di scelte, di tentativi e di terra.

È quella che ho cominciato a conoscere grazie ad Ariela Marini, di Marini Vivai, a Padenghe sul Garda.

Con Ariela ci siamo sentiti al telefono. Una conversazione che mi ha portato a guardare con maggiore attenzione il lavoro della sua famiglia. Poi sono arrivate alcune fotografie, quelle delle diverse fasi della coltivazione, dei bulbi, dei fiori, delle persone impegnate nei campi.

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Il lavoro nel campo di zafferano a Padenghe sul Garda. Foto dell’archivio Marini Vivai.

Guardandole, mi sono ritrovato a pensare a quanta strada debba fare un fiore prima di arrivare sulla nostra tavola.

Ma per raccontare lo zafferano di Ariela bisogna partire da prima. Molto prima.

Nel 1981 Bruno ed Emilia Marini avviarono la loro attività florovivaistica a Padenghe sul Garda.

Era una scelta di lavoro e di vita. Una di quelle attività nelle quali le stagioni non sono soltanto date sul calendario, ma decidono buona parte di quello che bisogna fare.

Coltivare significa conoscere la terra, imparare ad aspettare e sapere che non tutto dipende dalla nostra volontà.

Quell’attività è cresciuta negli anni e una parte della famiglia ha scelto di continuarla. Ariela, figlia di Bruno ed Emilia, è una delle persone che oggi portano avanti il lavoro cominciato dai genitori.

Ed è qui che la storia comincia a interessarmi ancora di più.

Perché ereditare un’attività non significa soltanto ricevere un’azienda, delle attrezzature o un terreno.

Significa raccogliere anni di esperienza, di sacrifici, di decisioni prese quando magari le cose erano meno semplici di quanto sembrino oggi.

E significa anche trovare il coraggio di aggiungere qualcosa di proprio.

Nel 2014 la famiglia Marini decide di provare a coltivare lo zafferano.

Comincia con cento bulbi.

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I cormi di zafferano: tutto comincia dalla terra. Immagine dal sito Marini Vivai.

Cento, non mille, non diecimila.

E sapete cosa mi ha fatto pensare questo particolare?

A una frase che un tempo si sentiva spesso nelle nostre case: bisogna fare il passo secondo la gamba.

Una di quelle espressioni che abbiamo ascoltato dai nostri genitori e dai nostri nonni, quando magari non ne comprendevamo fino in fondo il significato.

Non voleva dire rinunciare a un sogno. Voleva dire imparare a costruirlo senza mettere a rischio quello che si era già conquistato.

Si partiva con quello che si aveva. Si lavorava, si osservava, qualche volta si sbagliava. E soltanto dopo si faceva un passo più lungo.

In quei cento bulbi io ci vedo proprio questo.

Un modo di vivere e di lavorare che appartiene alla nostra storia contadina. Quella saggezza semplice che non aveva bisogno di grandi discorsi.

Prima si mettevano bene i piedi per terra.

E poi, un passo alla volta, si provava ad andare più lontano.

La scelta di coltivare lo zafferano, naturalmente, non poteva fermarsi al momento di piantare quei primi bulbi.

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La raccolta dei bulbi, uno dei passaggi della coltivazione. Foto dell’archivio Marini Vivai.

Perché lo zafferano non basta metterlo nel terreno e aspettare che cresca.

C’è da preparare la terra, seguire lo sviluppo dei bulbi, conoscere i tempi della pianta, capire quando e come intervenire.

E poi, quando arriva il momento, spuntano quei fiori viola.

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Un fiore di zafferano, dal quale vengono ricavati gli stimmi. Foto dell’archivio Marini Vivai.

Bellissimi.

Ma anche capaci di mettere tutti al lavoro.

Perché la fioritura non aspetta che uno abbia finito le altre faccende.

I fiori vanno raccolti con attenzione, al momento opportuno, e poi lavorati senza perdere tempo.

Da ciascun fiore si separano gli stimmi rossi, quelli che dopo l’essiccazione diventeranno lo zafferano.

Un lavoro delicato, fatto a mano, nel quale servono pazienza e precisione.

E qui quel piccolo vasetto che teniamo in cucina comincia ad avere un significato diverso.

Perché per ottenere anche pochi grammi di zafferano servono moltissimi fiori.

E dietro quei pochi grammi ci sono il tempo, le mani e la cura di chi ha seguito la coltivazione.

Sul sito aziendale la famiglia Marini racconta una lavorazione manuale che arriva fino alla separazione degli stimmi e all’essiccazione, effettuata nello stesso giorno della raccolta.

Un’organizzazione che non si improvvisa, soprattutto quando la fioritura concentra il lavoro in pochi giorni.

E così, da quei primi cento bulbi, la coltivazione è cresciuta.

Non soltanto nei numeri, ma nell’esperienza.

Perché ogni stagione, quando si lavora con la terra, può insegnare qualcosa che la precedente non aveva ancora mostrato.

Ariela, in una testimonianza televisiva, ha ricordato proprio l’inizio di questa esperienza, la soddisfazione per i primi risultati e la decisione di continuare, ampliando progressivamente la coltivazione.

E a me piace pensare a quei cento bulbi non come a una quantità troppo piccola per cominciare, ma come a una quantità abbastanza grande per imparare.

C’è una differenza, e non è da poco.

Nel 2024 Ariela ha ricevuto anche un riconoscimento nell’ambito del premio Donna, Territorio & Cultura, nella categoria Artigianato e Agricoltura.

È un riconoscimento che appartiene al suo percorso, ma che inevitabilmente riporta anche alla storia dell’azienda familiare.

A Bruno ed Emilia, che avevano cominciato nel 1981.

Ai figli che hanno scelto di continuare.

E a quel lavoro quotidiano che difficilmente finisce in una fotografia ufficiale.

Perché quando parliamo di aziende familiari, qualche volta rischiamo di dimenticare che dietro il nome scritto sull’insegna ci sono persone, generazioni e modi diversi di affrontare lo stesso mestiere.

Una generazione prepara la strada.

Quella dopo la percorre, magari cambiando direzione in qualche punto, ma senza dimenticare da dove è partita.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più belli della storia della famiglia Marini.

Non aver considerato la tradizione come qualcosa da conservare immobile, ma come una base dalla quale continuare a costruire.

E poi c’è la terra di Padenghe.

Una terra che appartiene a quel paesaggio della Valtènesi dove vigneti, uliveti, orti e attività agricole convivono da generazioni.

Un territorio che spesso raccontiamo attraverso il lago, i panorami, il vino e l’olio.

Ma che conserva anche storie meno conosciute.

Come quella dello zafferano.

Perché non tutto quello che merita di essere scoperto ha bisogno di grandi dimensioni o di produzioni famose.

Qualche volta basta guardare cosa succede in un campo.

E chiedersi chi ci lavora.

La famiglia Marini, nel tempo, ha affiancato allo zafferano in stimmi anche preparazioni e prodotti che utilizzano questa spezia.

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Lo zafferano di Padenghe in stimmi, pronto per la cucina. Immagine dal sito Marini Vivai.

Ma io voglio tornare a quel fiore.

A quelle fotografie che Ariela mi ha inviato.

Ai bulbi, alla terra, ai fiori viola e alle mani impegnate nella raccolta.

Perché un prodotto si può descrivere attraverso il suo colore, il suo profumo e il suo sapore.

Una persona, invece, bisogna provare a conoscerla attraverso le scelte che ha fatto e il lavoro che porta avanti.

E questa storia, per me, comincia proprio con una scelta.

Cento bulbi.

Un piccolo passo, misurato sulla propria gamba.

E la volontà di vedere dove avrebbe portato.

Non è necessario trasformare ogni scelta in un’impresa straordinaria.

A volte il valore sta proprio nella sua semplicità.

Nel cominciare senza pretendere di sapere già tutto.

Nel rispettare i tempi della terra.

Nel non avere paura di imparare.

E nel comprendere che crescere non significa necessariamente correre.

La prossima volta che aprirò un vasetto di zafferano, forse penserò ancora al risotto che sto preparando.

Del resto, sarebbe difficile il contrario.

Ma insieme al colore e al profumo mi tornerà in mente anche quella famiglia di Padenghe.

Il lavoro iniziato da Bruno ed Emilia, proseguito da Ariela e dagli altri familiari.

E quei cento bulbi che, da soli, riescono a raccontare molto più di quanto sembri.

Perché qualche volta, per andare lontano, bisogna semplicemente sapere quanto lungo può essere il primo passo.

Massimo