Peschiera, la fortezza che ha ancora tante storie da raccontare

Tra bastioni, vecchie barche da pesca e fotografie che attraversano il tempo: un altro modo di conoscere Peschiera durante San Martino.

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Massimo Manfredi · · versione 9
Peschiera, la fortezza che ha ancora tante storie da raccontare

C'è una cosa che mi fa sempre sorridere quando penso a Peschiera del Garda. Ogni anno arrivano migliaia di persone, passeggiano lungo i canali, fotografano i ponti, si fermano davanti ai Voltoni, magari prendono un aperitivo e poi se ne vanno convinte di aver visto Peschiera.

E magari hanno trascorso anche una bellissima giornata, per carità. Ma io una domanda gliela farei: siete sicuri di aver guardato davvero dove avete messo i piedi?

Perché Peschiera è una di quelle città che nascondono una quantità incredibile di storie proprio davanti ai nostri occhi. Soltanto che noi, spesso, siamo troppo occupati a cercare l'inquadratura giusta per accorgercene.

Prendiamo la fortezza. Ci passiamo attraverso, ci camminiamo accanto, ammiriamo le mura e i bastioni, ma difficilmente ci fermiamo a immaginare quante persone siano passate da quelle porte prima di noi. Soldati, comandanti, mercanti, pescatori e famiglie che hanno vissuto in una città dove l'acqua non era soltanto un panorama da ammirare, ma una difesa, una strada, un luogo di lavoro.

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E pensare che quelle mura, nate per proteggere la città da eserciti e assedi, oggi devono difendersi soprattutto da chi passa senza neppure accorgersi della loro storia!

In occasione della Festa di San Martino, però, c'è la possibilità di fare qualcosa di diverso. Domenica 8 e mercoledì 11 novembre sono previste visite guidate gratuite alla Peschiera asburgica, accompagnati da persone che quella storia la studiano e la conoscono.

Ed è proprio questo che mi interessa. Perché una muraglia posso fotografarla da solo, ma qualcuno che sappia spiegarmi perché sia stata costruita in quel modo, cosa sia successo in quel punto e come sia cambiata la città nel tempo può farmi vedere cose che non avrei mai notato.

A raccontare questi luoghi saranno gli esperti del Centro di documentazione storica della fortezza di Peschiera del Garda e del CTG El Gran Seregno. Persone che contribuiscono a conservare e condividere una memoria che appartiene a tutti.

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Ma dopo aver parlato di eserciti, fortificazioni e comandanti, io farei una deviazione. Perché Peschiera non è stata soltanto una città militare.

È stata, ed è, anche una città di pescatori.

E per ricordarcelo esiste un luogo che merita una visita: il Museo della Pesca e delle Tradizioni Lacustri, negli spazi storici della Caserma d'Artiglieria di Porta Verona.

Qui la storia cambia completamente prospettiva. Non ci sono soltanto generali, guerre e grandi decisioni. Ci sono barche, reti, strumenti di lavoro, fotografie, oggetti che raccontano uomini e donne per i quali il lago significava soprattutto portare qualcosa da mangiare a casa.

C'è l'anguillara, ci sono le attrezzature dei pescatori, gli strumenti dei carpentieri che costruivano e riparavano le barche. Oggetti che oggi osserviamo con curiosità e che, non molti decenni fa, facevano parte di una giornata di lavoro.

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Mi piace particolarmente pensare a questo museo come a un luogo dove le persone continuano a essere presenti anche quando non ci sono più. Attraverso una barca conservata, una fotografia, un attrezzo consumato dall'uso.

Dietro questo lavoro di conservazione c'è anche l'impegno degli Amici del Gondolin, che hanno contribuito a raccogliere e custodire un patrimonio che altrimenti rischierebbe di andare disperso.

E se qualcuno pensa che un vecchio attrezzo da pesca non abbia molto da raccontare, io gli suggerirei di fermarsi a parlare con chi conosce il suo utilizzo. Potrebbe scoprire che dietro un pezzo di legno o una rete ci sono più storie di quante ne contenga una guida turistica.

Il nostro viaggio nella Peschiera meno conosciuta, però, non finisce qui.

Alla Palazzina Storica, nel Parco Catullo, dall'8 all'11 novembre sarà allestita la mostra fotografica Peschiera 1866.

E qui entra in gioco una delle cose che mi affascinano maggiormente: le vecchie fotografie.

Perché una fotografia storica non ci mostra soltanto come fosse un luogo. Ci mette davanti a persone che, quando è stato premuto quel pulsante, non potevano immaginare che un giorno qualcuno avrebbe osservato la loro città a distanza di centosessant'anni.

Le fotografie diventano una specie di finestra lasciata aperta sul tempo. Possiamo osservare le fortificazioni, confrontare gli scorci con quelli attuali e provare a immaginare una Peschiera molto diversa da quella che conosciamo oggi.

Non serve essere appassionati di storia militare per trovarla interessante. Basta avere un po' di curiosità, quella che dovrebbe accompagnarci ogni volta che mettiamo piede in un posto nuovo. O anche in un posto che crediamo di conoscere benissimo.

Queste tre esperienze, messe insieme, raccontano una Peschiera che non si ferma alla festa, alle luci o alle bancarelle. La fortezza ci parla del potere e dei confini, il Museo della Pesca ci riporta al lavoro e alla vita quotidiana, mentre le fotografie ci permettono di osservare il cambiamento.

E soprattutto ci ricordano che un territorio non appartiene soltanto a chi lo ha governato, ma anche a chi lo ha abitato, attraversato e vissuto.

Quindi, se verrete a Peschiera per San Martino, il mio consiglio è di concedervi un po' di tempo in più. Guardate le mura, ascoltate chi ne conosce la storia, entrate nel Museo della Pesca e fermatevi davanti alle fotografie della vecchia Peschiera.

Non vi prometto che uscirete conoscendo tutte le date, tutti i comandanti e tutte le battaglie. E forse è meglio così, perché altrimenti rischiereste di diventare insopportabili alla prima cena con gli amici.

Vi auguro però di uscire con qualche domanda in più e con la voglia di tornare a conoscere le persone che hanno contribuito a rendere Peschiera quello che è.

Perché le città non sono fatte soltanto di pietre.

Sono fatte delle vite che quelle pietre hanno visto passare.

E a Peschiera, credetemi, di vite da raccontare ce ne sono ancora tante.

Massimo