VOCI DAL VIAGGIO

Il vino di una notte. Cent'anni per capirlo.

Da Masker a Mattia, Gherardo e Nicole: una storia di Costaripa, un RosaMara e il piacere di ritrovarsi a tavola.

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Terre Narranti · · versione 23
Il vino di una notte. Cent'anni per capirlo.

Sto scrivendo con un bicchiere di RosaMara accanto. Ogni tanto ne bevo un sorso, lo guardo e torno a scrivere.

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RosaMara di Costaripa. Il vino da cui nasce questo racconto.

Qualcuno potrebbe pensare che sia il modo migliore per perdere il filo del discorso. Io, invece, certe storie riesco a raccontarle proprio così.

E questo RosaMara, oggi, mi sta facendo tornare a Moniga, a Costaripa, nell'ufficio di un amico e molto più indietro, fino a un cavallo.

Si chiamava Masker.

Nel 1959 lavorava le vigne di Costa, Magher e Cap Grant. Terreni poco profondi, da trattare con riguardo. Erano gli anni di Bruno e Franco Vezzola, il padre e lo zio del Mattia che conosco io. Il Chiaretto lo facevano già, e Bruno cercava la qualità lavorando sui portainnesti, sulle potature, sull'uva.

Me lo immagino, quel cavallo, mentre tira avanti tra i filari, un passo dietro l'altro. La giornata è lunga, il sole scende e lui continua, fino a sera. Non l'ho visto, naturalmente. È una di quelle immagini che mi vengono in mente quando incontro una storia e provo a darle vita.

Da quella terra nasceva già il Chiaretto.

Il famoso vino di una notte.

Bel nome, vero? Sembra quasi che basti lasciare le bucce dell'uva a contatto con il mosto per qualche ora e, al mattino, trovarsi il vino rosa.

Magari fosse così!

Perché l'uva non si presenta ogni anno con le stesse caratteristiche. Cambiano le stagioni, la maturazione, le bucce, il colore che possono cedere al mosto. Quest'anno potrebbero servire alcune ore, l'anno prossimo un tempo diverso. E non basta certo un orologio: entrano in gioco temperature, pressature e tante altre scelte.

È qui che il lavoro dell'enologo diventa qualcosa che mi affascina. Non deve imporre una ricetta alla natura, deve conoscerla abbastanza da interpretarla.

L'ultima volta che sono stato a Costaripa, mentre aspettavo Mattia, mi sono fermato davanti ad alcune provette. C'erano indicazioni di colore: pesca, mandarino e altre sfumature.

Le ho guardate con curiosità.

Poi ho letto un'intervista a Mattia sul Gambero Rosso, nella quale raccontava che il RosaMara era stato scelto nel volume The Look of Wine – Reading Wine Color come riferimento per una tonalità chiamata Rosa Cipria.

In Francia hanno sviluppato vere scale cromatiche per descrivere i rosati: pesca, pompelmo, melone, mandarino, mango, ribes rosso.

E noi, davanti a un bicchiere, magari diciamo soltanto: «È rosa».

Però ho letto anche un'altra cosa di Mattia che mi ha fatto riflettere: il vero valore di un rosato non si ferma al colore. C'è la sua capacità di evolvere nel tempo.

Pensate a Molmenti, alla ricerca di un rosato capace di affrontare gli anni, di maturare e cambiare senza perdere la propria identità. Altro che un vino da bere in fretta perché è rosa!

Mattia il Chiaretto lo aveva già a casa. Aveva suo padre Bruno, suo zio Franco e quelle vigne.

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Mattia Vezzola, il RosaMara e la terra del Garda.

Poi, nel 1972, andò in Champagne, dopo gli studi di enologia a Conegliano.

E gli si aprì un mondo.

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Bottiglie custodite nella cantina Costaripa.

Non tornò con una ricetta francese da copiare, ma con altre conoscenze, altri modi di osservare, altre domande. E quelle domande hanno continuato ad accompagnarlo.

Ho letto dell'insegnamento che attribuisce a Patrick Léon: affrontare i grandi rosati con la stessa filosofia e lo stesso rigore dei grandi Champagne.

E del pensiero che attribuisce a Denis Dubourdieu: cento anni e tre generazioni per conoscere veramente una vigna.

Cent'anni. Nel 2028 Costaripa raggiungerà proprio quel traguardo.

E intanto la ricerca non si è fermata.

In un'intervista Mattia racconta delle 75 variabili di rosé con cui possono lavorare a Costaripa.

Settantacinque!

A me sembrano già un bel po'. A Gherardo, evidentemente, no.

Anche lui è enologo, anche lui è andato in Champagne, ma nel frattempo quel mondo ha continuato a evolversi. E Gherardo è tornato con altre possibilità da esplorare.

Mattia racconta, con ironia, di avergli fatto presente che per aumentare quelle variabili bisognerebbe ampliare la cantina. E questa volta potrebbe investire anche lui.

Mi ha fatto sorridere. Perché le idee sono bellissime, ma prima o poi qualcuno deve anche trovare lo spazio per realizzarle!

E c'è un'altra cosa che Mattia mi ha raccontato personalmente: per entrare a lavorare nella cantina di famiglia, i suoi figli dovevano prima laurearsi, parlare almeno due lingue e aver lavorato a lungo fuori da Costaripa.

Non bastava il cognome.

Bisognava uscire, conoscere il mondo, aprire la mente.

Nicole ha fatto il proprio percorso internazionale, lavorando anche in Champagne, alla Maison Philipponnat. In una sua intervista ho letto che proprio là era rimasta colpita dal sentimento di appartenenza delle persone alla propria terra, anche tra i giovani.

E io ho pensato al Garda. Agli olivi, alle vigne, al lago, a quel clima che rende queste colline così particolari.

Nicole oggi si occupa anche dei rapporti commerciali e dei mercati. Quando vivevo alle Canarie, parlai con Mattia di un possibile importatore. Mi girò il contatto di Nicole e fu lei a chiamarmi. Ognuno, in quella famiglia, ha il proprio lavoro e le proprie responsabilità.

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Un calice di RosaMara.

Durante la mia visita ho notato anche una nicchia con sette, forse otto bottiglie: dalle più vecchie fino a quelle di oggi. Cambiavano forme, vetro ed etichette. Mi sono fermato a guardarle, perché a volte bastano pochi oggetti per farti vedere come passa il tempo.

Poi, nell'ufficio di Mattia, c'è stato un momento che mi è rimasto impresso.

Ha spostato alcune carte su una scrivania enorme, di legno, bellissima, e mi ha detto che la condivide con Gherardo.

Tutto qui.

Non servono altre parole.

Adesso torno al mio RosaMara.

Mentre lo bevo non sento soltanto il vino. Certo, ci sono la conoscenza, il lavoro e le scelte enologiche. Ma io sento anche Mattia, Gherardo e Nicole. E Bruno e Franco, che non ho conosciuto, ma che ritrovo tra quelle vigne.

E quasi vedo Masker, lassù sulle colline di Moniga, che non molla e continua a lavorare fino a sera.

Forse è per questo che mi piace raccontare le persone prima dei prodotti. Perché una bottiglia può contenere molto più di quello che riusciamo a versare in un bicchiere. Può contenere una storia, se abbiamo voglia di ascoltarla.

E mentre vi racconto tutto questo, il RosaMara è ancora qui davanti a me. Ne bevo un altro sorso e mi viene quasi da ridere: sto cercando di raccontarvi cosa c'è dentro questo bicchiere, ma forse la cosa migliore sarebbe mettervene uno davanti.

Perché certe storie si possono leggere, altre si possono ascoltare. Questa, secondo me, merita anche di essere bevuta.

E poi ne parliamo. Magari a tavola.

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Il vino c’è. E anche un bel tavolo dove sedersi insieme.

Anzi, a proposito di tavola, a forza di parlare di rosa mi è venuta anche fame.

Ho un'idea, Mattia.

Ho un riso rosa prodotto da un grande amico, in una grande riseria. Ho il RosaMara. E poi c'è il lago: mi piacerebbe trovare un pesce dalle carni rosate che possa stare bene in questo incontro.

Rosa, rosa e ancora rosa.

Un piatto tutto in rosa.

Certo, bisognerà studiarlo, provarlo, trovare il giusto equilibrio. Non vorrei che, dopo aver raccontato settantacinque variabili di vinificazione, fossi proprio io a pensare che basti mettere tre cose rosa insieme per fare un capolavoro!

Allora, Mattia, facciamo così: vediamoci presto, organizziamoci e mettiamoci a tavola.

Io porto tutto e cucino. Voi datemi una cucina, piccola quanto volete.

Non mi serve altro.

Anzi, una cosa sì: qualcuno che abbia voglia di assaggiare, discutere e magari chiedere il bis.

Il vino? Beh, quello sono abbastanza sicuro che non mancherà!

E se al primo tentativo ci sarà qualcosa da sistemare, pazienza. Vorrà dire che avremo una buona scusa per rimetterci ai fornelli.

Perché una storia non finisce necessariamente quando smetto di scriverla.

A volte basta accendere un fornello per cominciarne un'altra.

Massimo

P.S. E non pensate che a Costaripa ci sia soltanto il RosaMara!

C'è Molmenti, un rosato che con il tempo ha un rapporto tutto suo. Ci sono i rossi, e io davanti a un bel manzo all'olio bresciano una bottiglia la aprirei volentieri.

E poi ci sono le bollicine di Mattia.

Perché aspettare una festa? Io ci vedrei benissimo un lavarello del Garda, con la pelle croccante, burro nocciola, limone e salvia. E accanto un bel Metodo Classico Brut.

Il lago nel piatto e le colline nel bicchiere.

Mattia, mi sa che una sola volta in cucina non ci basterà!

Ma tranquillo, ai fornelli ci penso io. Voi pensate al vino.

E poi tutti a tavola, che a parlare di queste cose mi viene sempre fame!